Oltre 400.000 foto nel suo archivio personale

Fotografa oltre 50 anni di storia d’Italia

Incoronato the “King of paparazzi”

Coinvolto in decine di scontri di piazza e sparatorie

Rino Barillari Harry S Bar Roma

Rino Barillari

The “King of paparazzi”

“Con la fame capivo che questo lavoro non lo dovevo fare, eppure continuavo a farlo. Nelle calde notti di Roma, erano lì, in carne e ossa, quelli che ti facevano sognare sul grande schermo, non dovevi far altro che scattare per portarli sulla carta stampata.”

Rino Barillari

In fuga dalla Calabria

Se nasci a Limbadi, provincia di Vibo Valentia, nel 1945, vuol dire che la vita te la devi costruire pezzo per pezzo, te la devi proprio inventare, come fosse un film. Se poi hai uno zio che si fa aiutare mentre proietta i film hollywoodiani, lo sai che oltre il paesello c’è un altro universo, ci sono i divi del cinema e c’è tutto un mondo un po’ pettegolo e guardone che sogna appresso a quelli. E sogni anche tu e lo sai che la tua vita non può fermarsi a Limbadi. Allora scappi di casa, non hai manco 15 anni, e te nei vai nella capitale, caput mundi, cercando il prima possibile di uscire dalla strada in cui, certe volte, ti tocca anche dormire.

Rino Barillari da giovane

Con gli scattini a Fontana di Trevi

Avrei voluto fare l’attore o l’operatore di cabina: erano i sogni di un ragazzino, ma mi trovai a Fontana di Trevi, l’avrò raccontato mille volte, dove  c’erano gli “scattini”, quelli che di mestiere facevano foto ai turisti e stavo lì con loro, a guadagnarmi qualche soldo. All’epoca quasi nessuno aveva la macchina fotografica; allora i turisti, se volevano avere un loro ricordo davanti a un monumento, dovevano rivolgersi a quelli che stavano lì apposta per fare le “foto souvenir”: ma, per farle, bisognava far allontanare le altre persone (sennò che foto erano, insieme a tutti quegli estranei) e poi, dopo lo sviluppo, dovevano essere “messe in busta” e portate a destinazione, all’albergo in cui i turisti soggiornavano. Diventai amico di molti scattini e loro mi facevano recapitare le buste.

Rino Barillari E Anita Ekberg A Fontana Di Trevi

Con gli altri paparazzi nella Roma de “La dolce vita”

E io, già qualche mese dopo che stavo a Roma, ebbi una mattina fotografica tutta mia, una Comet Bencini acquistata a Porta Portese: non fotografavo i turisti, ma i personaggi famosi. Infatti mi era venuta l’idea di cambiare zona: Via Veneto, Piazza del Popolo, Piazza di Spagna. Con la fame capivo che questo lavoro non lo dovevo fare, eppure continuavo a farlo. Nelle calde notti di Roma, erano lì, in carne e ossa, quelli che ti facevano sognare sul grande schermo, non dovevi far altro che scattare per portarli sulla carta stampata.

Ero solo un ragazzo e stavo in mezzo agli altri fotografi, ben più esperti di me, facendo sempre la parte dell’imbecille, perché se facevo vedere d’essere intelligente si sarebbero ingelositi;  allora ero sempre quello che cascava dalle nuvole e continuamente gli rompevo le scatole facendo domande. Per rendermi più credibile, chiedevo loro molte volte la stessa cosa: li facevo contenti e gabbati e loro mi aiutavano.

L’Italia degli anni ’60 era un Paese meraviglioso, magico, nonostante tutte le difficoltà. C’era tanta voglia di mettersi in gioco, di dare il meglio, le persone avevano valori solidi e non mercanteggiavano per ogni cosa, come invece si fa adesso.

Rino Barillari La Dolce Vita

Ogni foto, una storia

Poi c’erano i grandi fotografi, quelli da cui ho imparato, uomini come Marcello Geppetti e Tazio Secchiaroli, gente serie, corretta, generosa. Loro no, non erano gelosi. Entrambi, per me, esempi da seguire, sia da un punto di vista professionale che nella vita… Che dire di Tazio? Era lui il fotografo che ispirò il personaggio de “La dolce vita”, Paparazzo, appunto, da cui il nome di tutti quelli che fanno questo mestiere. Non sarei diventato un fotografo se non lo avessi incontrato: uno che mi ha insegnato quello che c’era da imparare, i trucchi del mestiere e la passione per la fotografia; da lui ho appreso come “rubare” lo scatto giusto ai vip più sospettosi, come fare foto senza farsene accorgere. Geppetti, da parte sua, può essere considerato una sorta di “papà” di tutti i fotografi della generazione successiva agli anni ’60; uno con un grande bagaglio di esperienza giornalistica, fondamentale per capire i personaggi. Quando Geppetti faceva una foto sapevi che era uno scoop. Con Marcello giravamo insieme, io andavo in avanscoperta a provocare il personaggio e lui, dietro di me, scattava le foto. Mi fece scoprire il fatto che la foto da sola non era sufficiente: la foto dovevi legarla a una storia e la storia la trovavi con la provocazione. Il personaggio non ci stava ad essere fotografato e tu, invece, scattavi, lui si irritava e tu continuavi a fare foto. Cinque o sei foto ed ecco fatto: avevi creato il servizio!

Rino Barillari Ogni Foto Una Storia

La notorietà

La cosa buffa è che con gli scatti ai personaggi famosi, a un certo punto diventi un pochino famoso anche tu. Forse il primo servizio importante lo feci fotografando Irma Capece Minutolo, la cantante lirica e attrice, compagna di Re Faruq d’Egitto. Ma ciò che mi fece comparire su tutti i giornali fu la rissa in Via Veneto con Peter O’Toole: lui aveva bevuto e non prese bene il fatto che lo stessi immortalando con una persona con cui non voleva farsi vedere insieme. Mi diede un cazzotto e mi fece finire in Pronto Soccorso, dove mi suturarono la ferita con qualche punto. Ero ancora minorenne e mio padre sporse denuncia: dall’attore, con cui feci pace tre anni dopo, ebbi un milione di risarcimento, forse la somma più alta mai ottenuta da un paparazzo. Insomma, quello di fare foto ai VIP divenne un mestiere: vendevo i negativi ad agenzie come ANSA, Associated Press, UPI e altre. Mi pagavano all’istante. All’epoca non c’erano nemmeno tutti i giornali che ci sono adesso: i settimanali si contavano sulle dita di due mani.

La Guerra è guerra

Come ho sempre detto, impari presto che “La guerra è guerra”: mai rinunciare, semmai ti accordi. E quando ti conoscono e ti rispettano, lavori bene, con alcuni come se fossero tuoi parenti. Erano tutti gentilissimi perché, in generale, era molto utile uscire sui giornali: all’epoca non c’erano uffici stampa e tutto il marchingegno promozionale che c’è oggi. Il mondo era diverso: io coglievo di sorpresa i VIP scattando foto a pochi metri di distanza (ancora non esistevano i teleobiettivi); qualcuno si infuriava, qualcuno faceva finta di infuriarsi, ai più faceva piacere. Salvo qualche incidente: macchine spaccate, qualche pugno, qualche punto, ma è il tuo lavoro. Non potrei contare quante risse, o colluttazioni durante i cortei di piazza, ci sono state nella mia vita di paparazzo o fotoreporter: innumerevoli. Credo che questi siano i numeri: 163 ricoveri al pronto soccorso, undici costole fratturate, una coltellata, 76 macchine fotografiche ridotte in pezzi. Continui così, a rubare scatti, a fare “provocation” per creare storie, ma sai pure che di quelle tragiche ne è pieno il mondo, purtroppo: ho fotografato per “Il Tempo” e, poi, per “Il Messaggero”, oltre ai grandi di ieri e di oggi, fatti di cronaca che hanno segnato le nostre pagine più dolorose.

Rino Barillari Foto Attentati

Molti amici molte foto

Ci sono molti modi per stare sempre sul “pezzo”: ascoltare le frequenze radio delle forze dell’ordine e, soprattutto, avere molti amici. Ovunque: nei bar, nei ristoranti, nei ministeri… insomma, in ogni luogo possibile. Dalle strade dei VIP passai anche agli scoop degli anni ’60, ’70 e ‘80: feci le foto di John Paul Getty III con l’orecchio fasciato, degli effetti personali di Pier Paolo Pasolini dopo la sua uccisione, della rivolta a Rebibbia …insomma molte foto di nera, anche quelle degli omicidi e delle stragi di mafia e di terrorismo. Ho immortalato i momenti più tragici della storia del nostro Paese: ad esempio, ero a Fiumicino dopo l’attentato compiuto dai terroristi palestinesi nel ‘73; ero via Fani, quando il Presidente Moro fu rapito, e in via Caetani, quando ne fu rinvenuto il cadavere; ero a Piazza Nicosia, nel ’79, quando le BR attaccarono la sede della DC, e potei salvare la vita del comandante dei Vigili del fuoco, Elveno Pastorelli, che riuscii a bloccare facendogli segno da lontano prima che i terroristi sparassero anche a lui. Ho fotografato Ali Agca catturato subito dopo l’attentato e il Papa Giovanni Paolo II che giocava a bocce coi vecchietti… in tutto oltre 400.000 fotografie che oggi arricchiscono il mio archivio personale.

The King of paparazzi

Ho fotografato Roma e le sue mille vite, una capitale in perenne movimento, che si è tirata dietro l’Italia intera. Sono stato incoronato come “The king of paparazzi” e, dopo quasi 60 anni di attività, fanno mostre sui miei scatti, come quella al Maxxi di Roma, recentissima, e addirittura un docu-film (entrambi a cura di Massimo Spano e Giancarlo Scarchilli). E adesso ti capita di leggere che le mie foto sono diventate immagini simbolo della storia italiana, che sei il fotoreporter più famoso al mondo e che hai fotografato, con occhio da artista e da cronista, 50 anni di storia d’Italia: me lo hanno detto, perché non ci pensavo. Mi studiano ovunque, persino in Cina. Che volete che dica? La foto si fa con la testa, non si può andar col telefonino e via scatti a raffica, non va bene così. Mai prendersi troppo sul serio ma, in tempi di selfie e tormentoni, un po’ di orgoglio te lo puoi perdonare!

Rino Barillari The King of Paparazzi