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Annamaria Bernardini De Pace

AVVOCATO, GIORNALISTA E BLOGGER

Sono sempre state per me un punto fermo le parole di mio padre:
“Ricorda che l’unico valore per il quale bisogna combattere nella vita è la libertà”.
La libertà per me è sacra.

Annamaria Bernardini De Pace

5 sedi legali in diverse regioni
Circa 30.000 casi passati per i suoi studi legali
scritto per Il Giornale, La Voce, Il Sole 24 Ore, il Corriere della Sera, Libero
Scrive per la stampa e pubblicato diversi libri

Il primo amore non si scorda mai

La Puglia ce l’ho nel sangue, come il mio mestiere di avvocato matrimonialista. Provengo da una famiglia di giuristi pugliesi: mia madre, di Monopoli, era avvocato, mio padre, di Lecce, magistrato. Anche se sono nata altrove, il legame con la mia terra d’origine rimane fortissimo: ho sempre nell’anima, nella testa e nel cuore le mie estati in Puglia. Io e i miei fratelli ne abbiamo sempre amato la storia, la terra, la cucina, il sole e il mare, insomma tutto.

Papà, giovanissimo, già pretore a Lecce, subito dopo il matrimonio fu trasferito a Perugia, dove sono nata nel 1948.
Poi il trasferimento ad Alessano, vicino a Lecce, e subito dopo a Chiavenna, in Valtellina, verso la fine del ’48: io avevo 6 o 7 mesi. I miei genitori erano entrambi giovanissimi, 23 anni lei e 25 lui, quando si trasferirono dalla Puglia alla Valtellina, dove sono vissuta fino agli 8 anni.

Quando mio padre da Chiavenna fu mandato a Milano io sola sono andata con lui. Gli altri tre figli, i miei fratelli che nel frattempo erano nati, sono rimasti con mamma. Dormivo con papà in tribunale nella stanza dei magistrati. Poi, trovata la casa, arrivarono anche mia madre e i miei fratelli.

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Il collegio Guastalla

A quel punto mio padre ci mise tutti in collegio. Non ce la faceva a mantenerci con il solo stipendio di magistrato, per cui ci fece fare degli esami per avere delle borse di studio, che ottenemmo. Io, l’unica femmina di 4 figli, entrai nel Collegio della Guastalla a Monza. Ci stavo bene perché siamo stati sempre abituati a vivere in tanti in casa, quindi per me non era difficile socializzare. In collegio avevo una nostalgia feroce più che dei miei genitori dei miei fratelli, a cui era molto legata.

Noi eravamo abituati a fare tutto insieme. Tutto quello che ho imparato, dal poker al biliardino gli scacchi, l’ho sempre imparato perché ero la quarta del gruppo. E quindi ho vissuto una vita da maschio più che una vita da femmina. Stavo in un collegio femminile mentre i miei fratelli in uno maschile: negli anni ‘70 non c’erano collegi misti, ma ci siamo sempre scritti milioni di lettere. Uno dei rapporti più bello che ho instaurato nella mia vita è stato quello con i miei fratelli. Ed è tuttora bellissimo. Ci sentiamo tutti i giorni e siamo molto solidali. Non riusciamo a stare lontani.

Del collegio ho un bel ricordo: ci stavo benissimo tranne che per il cibo. Tutte le punizioni che ho avuto le ho avute perché lasciavo qualcosa da mangiare. Non mi piaceva il pane, non mi piacevano le minestre, non mi piaceva nulla. E io me ne intendevo, dal momento che cucinavo da quando avevo 6 anni: mi aveva insegnato mio padre, che sapeva cucinare molto bene. Infatti mamma insegnava prima di fare l’avvocato, quindi non arrivando a casa in tempo ero io a dover fare da mangiare ai miei fratelli.

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Contro corrente

Fin dai tempi delle medie ho avuto la mania di scrivere; in collegio avevo fondato un giornale, che si chiamava “La zattera”. Questa passione continuò anche al Liceo. Lasciate le medie, e il collegio, ho frequentato il Liceo Parini, dove iniziai a scrivere per il giornale “La zanzara”. Il caso volle che scrivessi un articolo sull’omosessualità, che mi ero fatta spiegare da papà – allora l’argomento era assolutamente tabù – quando un mio compagno di scuola mi aveva confessato di non provare attrazione per le ragazze. Avevo avvertito tutta la sua confusione e, soprattutto, la sofferenza, perciò la cosa mi stava molto a cuore. Ma l’articolo, nel quale, ovviamente, non facevo il nome del mio amico, fu rifiutato. Dagli insegnanti al preside, tutti cercavano scuse perché di certe cose non bisognava parlare e perciò per protesta lasciai il liceo Parini e andai al Vittoria Colonna, dal momento che era molto vicino a casa.

Mio padre, che era un uomo bellissimo e intelligentissimo, è stato il mio vero mentore. Lui mi ha spiegato tutto. Conservo una foto di quando avevo tre anni che per me è il simbolo della via vita. Mio padre, dietro di me, imponente, che mi tiene le braccia e mi spinge verso il mondo”. Lui è mancato quando avevo 35 anni. Oggi, che ne ho il doppio, continuo a sentirlo dietro di me con il suo sorriso, la sua forza, la sua autorevolezza. Anche la mia ribellione, lui l’amava. Mi diceva “Ricorda che l’unico valore per il quale bisogna combattere nella vita è la libertà. Io ti apprezzo perché il tuo senso di libertà ti porta a essere ribelle”. La libertà per me è sacra.

È forse per questo che ho combattuto tante battaglie: quella per il divorzio, quella per l’aborto, pure essendo antiabortista sin nel profondo della mia anima… Sono sempre andata contro corrente: mentre i miei compagni facevano il ‘68, io mi innamorai del mio professore di diritto romano, Francesco Giordano, un fascista dichiarato, lo sposai ed ebbi due bimbe, Francesca e Chiara. Interruppi momentaneamente gli studi, perché facevo la mamma a tempo pieno.

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I primi passi nella professione e l’apertura del mio studio legale

Ho cominciato a lavorare più tardi rispetto agli altri perché dai 22 hai 34 anni ho cresciuto le mie due figlie. Poi a un certo punto, sempre facendo il mestiere di mamma. ho ripreso a studiare. Ho fatto gli esami da avvocato nell’82 e alla fine dell’83 mi sono separata. Ho iniziato a lavorare da sola. Non sono mai andata nello studio di nessuno. Non sono stata aiutata né da un marito né da un amante ricchi. Mi sono trovata i clienti da sola uno alla volta, faticosamente. All’inizio mi occupavo di contratti dei musicisti e di diritto d’autore: tra i miei clienti alcuni amici, come Gaber e De Andrè. Vinsi anche cause importanti, come quella della Vanoni contro Mediaset… ma la mia fortuna è stata che scrivevo per il giornale di Montanelli e lui mi disse: “Annamaria, presto nella famiglia entrerà la nuova variabile dell’innamoramento per un altro. Vedrai quante separazioni ci saranno! Lascia perdere gli artisti. Dovresti scrivere di separazioni e divorzi. Il lavoro di matrimonialista ti renderebbe di più”. Andò così.

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La carriera da avvocato matrimonialista

Ho iniziato a occuparmi di diritto di famiglia del 1987, e nel 1989 ho aperto il mio studio legale. Uno dei primi casi importanti fu quello Sala/Chiesa. Mentre curavo di interessi di Laura Sala mi resi conto che nei documenti del marito, il manager Mario Chiesa – proprio lui, il “mariuolo isolato” di tangentopoli – c’era qualcosa di anomalo. Feci trasferire le carte alla Procura di Milano, dove mi convocò Antonio Di Pietro, all’inizio del ’92: così iniziò Mani Pulite. Non che il merito sia mio, ma, come pensava Di Pietro, avevo un certo intuito.
Da allora sono passati quasi trent’anni: dal mio studio sono passati circa 30.000 casi, i nomi più in vista dell’alta società italiana, attori, cantanti, imprenditori… Oggi sono considerata l’avvocato divorzista più famoso d’Italia. Alcuni mi rimproverano per le mie parcelle … passo per cara, ed è vero che lo sono. Ma sono consapevole del mio lavoro e di quanto vale, e, soprattutto, di quanto devono costare i miei collaboratori per fare il loro lavoro al meglio. Il mio studio legale ha cinque sedi: oltre a Milano, che è la sede principale, ci sono Bergamo, Roma, Padova e Ameglia, in Liguria.
Ho scritto per Il Giornale, La Voce, Il Sole 24 Ore, il Corriere della Sera, Libero e tanti altri quotidiani: scrivere rimane una delle mie passioni. Oggi scrivo per La Stampa. Ho pubblicato anche diversi libri. Non mi interessa il “politicamente corretto” e mi piace raccontare del mio lavoro, senza peli sulla lingua. Come non proclamare a gran voce, ad esempio, che la famosa Legge Cirinnà rappresenta la grande ipocrisia dello Stato Italiano, da sempre in soggezione nei confronti del Vaticano? Mi auguro che sia modificata, aggiungendo anche le adozioni per le coppie gay.
Cosa ha fatto di me l’avvocato che sono oggi? Forse il fatto che sono un “battitore libero”: non ho mai fatto parte di associazioni, né ho mai frequentato altri avvocati. Non mi sono mai adattata allo spirito dei colleghi: io scelgo i miei clienti e non m’importa di intrattenere buoni rapporti con i giudici. Sono uno spirito libero: cosa, questa, che ho sempre pagato sulla mia pelle. Ho combattuto sia con i miei colleghi che con i giudici. Da un certo punto di vista mi sento isolata perché in 40 anni ho avuto spesso l’ordine degli avvocati contro di me, che me ne ha dette e fatte di tutti i colori. Passo per aggressiva e litigiosa. Ma difficilmente si può immaginare quanti dispiaceri e quanta fatica mi è costato il successo che ho oggi.
A parte il mio lavoro, il centro della mia vita sono le mie figlie e i nipoti, di cui sono orgogliosissima. Non avrei mai detto che Francesca e Chiara sarebbero diventate delle madri così brave. I miei nipoti sono tutti educati, affettuosi, non sono dei rompiscatole…Ho trascorso con la mia famiglia il primo lockdown…non avevo mai vissuto con loro così da vicino. E il lavoro a distanza non è poi tanto male. In fondo è proprio vero: vedere il lato buono delle cose aiuta a vivere meglio e fa anche bene alla salute.

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