albo d'oro

Adriano

Panatta

Tennista e allenatore
401 MATCH VINTI IN SINGOLO E 238 IN DOPPIO
10 TITOLI VINTI IN SINGOLO E 18 IN DOPPIO
1976: VITTORIA AL ROLAND GARROS, UNICO ITALIANO A CONQUISTARE UN TITOLO DEL GRANDE SLAM IN ERA OPEN
1976: RAGGIUNTO IN NUMERO 4 NEL RANKING MONDIALE

Qualcuno ha inventato il mito che fossi anche un campione d’indolenza, più preso dalle fatiche da viveur che dai sacrifici per lo sport. Ma la verità è che non si diventa campioni se si è pigri. Per il resto non sono mai stato a celebrare me stesso e a prendermi troppo sul serio: e questo ha dato sempre fastidio.

Adriano Panatta

capitoli

Piccola premessa

Non amo parlare di me, ma stavolta mi tocca. Non racconterò niente di nuovo: ho già raccontato tutto nei miei libri e in tante interviste; tante da non poterle contare. Ma se uno è stato un campione, volente o nolente, non può starsene per conto suo

Un tempo non c’era il divismo di adesso: non te la tiravi. Firmavi autografi e parlavi con i tuoi fan; non come oggi, che hanno non so quanti coach e persone nello staff, e stanno lontani da tutti, salvo le chiacchiere sui social.

Adriano Panatta - Eccellenze Italiane

Il “pariolino” figlio di Ascenzio

panatta 10 Eccellenze Italiane

Sono nato a Roma il 9 agosto del 1950. Inutile dire che pariolino non lo sono mai stato, se non per il fatto che mio padre Ascenzio è stato lo storico custode del “Tennis Club Parioli”. Avevamo una casa molto carina all’interno del circolo, proprio a ridosso di Villa Ada, e quindi nel tennis ci sono nato e cresciuto. Avevo 5 o 6 anni quando iniziai a giocare da solo contro un muro, su cui mio padre aveva dipinto una striscia bianca che raffigurava la rete. A quel tempo non esistevano le racchette piccole: fu mio padre che si inventò una racchetta junior, tagliando con una sega il manico di una racchetta per adulti. Io trascorrevo pomeriggi interi a giocare da solo contro il muro perché non avevo nessuno con cui giocare. Allora ero ancora figlio unico. Quanto allo sport, nonostante le mie giornate a giocare contro il muro, ero attratto dal nuoto. Avendo vicino la piscina del Coni, chiesi a mio padre di iscrivermi, ma non fu possibile perché erano già al completo. Così lui mi propose il tennis, perché c’erano ancora posti disponibili.

Lo schiaffo di mio padre

Adriano Panatta 11 Eccellenze Italiane

Cominciai al Centro Coni del Foro Italico per un paio d’anni circa. La mia prima vittoria, quella che non si scorda mai, fu al torneo “Cerbiatti” del Coni. Poi, forse nel ‘59,  mio padre fu trasferito al Centro Coni dell’Eur “Tre fontane “, che per il tennis faceva capo a una grande tennista, Wally San Donnino, molto brava ma assai severa. La mia impostazione la devo a lei e, successivamente, anche a un altro maestro straordinario, un francese che le subentrò e che si chiamava Simon Giordano. Cominciai a frequentare anche i centri estivi e potevo farlo gratis perché ero tra i più bravi nella mia fascia d’età in Italia. Poi il “Tennis Parioli” mi prese nella squadra giovanile e iniziai il mio iter come sportivo. A tredici anni conobbi anche la mia prima, cocente sconfitta, nella Coppa Lambertenghi, in semifinale. Mio padre in quell’occasione mi tirò il primo, e unico schiaffo, della mia vita: non per la sconfitta, ma perché piangevo. E piangere per una vittoria sofferta si può, ma perché uno era stato più bravo di te, no, questo non andava bene. Imparai la lezione e non la dimenticai mai più.

La capacità di soffrire

Dall’Eur, dove vivevo, a dove mi allenavo, ai Parioli, c’erano circa 20/25 Km, che io facevo in bicicletta, tranne che in pieno inverno, quando era troppo freddo, e mi toccava prendere 4 autobus. Ogni pomeriggio ero al tennis. La sera tornavo a casa, mangiavo e studiavo qualcosa. Avevo meno di 14 anni. Poi mio padre mi comprò un motorino con cui andare ad allenarmi e tutto fu più facile. Nei campionati italiani di Vicenza under 16 mi notò Mario Belardinelli, il vero guru del tennis italiano. Fu lui, grande allenatore e maestro non solo di tennis ma di vita, e mio vero mentore, a chiamarmi a Formia, presso il Centro tecnico federale di Atletica leggera dove trascorsi molti anni, studiando pure. La mattina frequentavo l’Istituto Tecnico per Geometri e il pomeriggio mi allenavo insieme a tanti altri atleti di altre discipline, come Mennea. Nessuno che non ci abbia vissuto, sa che cosa che cosa significava Formia. Si viveva in isolamento, lontani dalla famiglia, solo sport, scuola e discorsi con l’allenatore. Sei anni che hanno forgiato il mio carattere, oltre che il mio fisico. Come diceva Mennea: “La fatica non è mai sprecata. Soffri, ma sogni”. E io di sogni ne avevo tanti.

Adriano Panatta - La capacità di soffrire

Il grande Geppetto

Poi, nel ‘68, la federazione scelse me e altri 4 atleti per andare in Australia per 6 mesi. Con l’accordo della famiglia interruppi gli studi, ero stato appena promosso al penultimo anno delle scuole superiori, e partii. L’Australia rappresentava una sorta di università del tennis, piena di grandi campioni come Laver, Rosewall, Hoad, Newcombe, Alexander, Dent. E, soprattutto, c’era un grande coach, il precursore dei coach che insegnavano il tennis, Henry Christian Hopman. Lo chiamavamo Geppetto, forse perché “fabbricava” campioni. Allora ebbi la mia prima grande vittoria contro un tennista che era tra i primi cinque al mondo, Clark Graebner, americano, che era lì con la sua squadra per giocare la finale di Coppa Davis proprio contro l’Australia. Da juniores battei Graebner sull’erba. Fu proprio quel successo a convincermi che il tennis avrebbe rappresentato il mio futuro. Disputammo tanti tornei e io tornai dall’Australia diverso: ero diventato un tennista. Avevo visto come si allenavamo i grandi campioni: questi stavano dalla mattina alla sera sui campi da tennis.

Adriano Panatta - Il grande Geppetto

Le prime vittorie

Tornato in Italia, cominciai a fare tutti i tornei da professionista. Iniziarono le prime vittorie. Nel ‘69 sconfissi per la prima volta Nicola Pietrangeli, la stella del tennis italiano. Nel ’70 vinsi per la prima volta i campionati italiani assoluti, sconfiggendo di nuovo Pietrangeli

In quegli anni disputai molte gare internazionali, ma il primo torneo importante, quello di  Bournemouth, in Inghilterra, lo vinsi nel ‘73: era la mia sesta finale in una stagione. Lì battei Ilie Năstase, che era già il numero uno al mondo. Quello stesso anno per la quarta volta consecutiva, su sei, vinsi i Campionati italiani assoluti ( ne vinsi anche sette in doppio e uno in doppio misto). E poi arrivò il ’76.

Adriano Panatta e Pietrangeli

Il magico ‘76

Sognavo di vincere tre cose, gli Internazionali d’Italia, l’Open di Francia e la Coppa Davis: quello fu l’anno magico in cui ci riuscii. Era il ’76, l’anno in cui salii al 4° posto della classifica mondiale. Gli Internazionali d’Italia è la vittoria alla quale sono affettivamente più legato perché giocavo al Foro Italico. Al primo turno ce la feci per il rotto della cuffia: infatti annullai ben dieci match point, o forse undici, a Kim Warwick. Vinsi in finale contro Vilas e diedi ai miei tifosi una giornata memorabile. Al Roland Garos, nei quarti trionfai su Bjorn Borg  (fui l’unico giocatore al mondo a sconfiggere il sei volte campione del torneo Borg: lo avevo battuto anche negli ottavi del 1973). Infine vinsi la finale con Harold Solomon: fu una bellissima gara. Quella al Roland Garos è stata senz’altro la vittoria più importante della mia carriera a livello individuale. Sono stato il primo tennista italiano a realizzare l’accoppiata Roma-Parigi nel medesimo anno. Non c’era riuscito neppure Pietrangeli. Sempre nel ’76, in squadra con Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli, e avendo come capitano non giocatore Nicola Pietrangeli, vincemmo la nostra prima e unica Coppa Davis. Contribuii alla vittoria della Nazionale italiana battendo Newcombe, della squadra australiana, e arrivammo in finale, che disputammo contro il Cile a Santiago. Una finale mitica, giocata in maglietta rossa da me e da Bertolucci in segno di protesta contro la dittatura di Pinochet. Nonostante le polemiche politiche suscitate da quella gara, ottenemmo la vittoria più prestigiosa della storia del tennis italiano. Con la squadra italiana ho disputato 4 finali di Coppe Davis, ma siamo stati sfortunati. Ne avremmo vinto due o tre se avessimo giocato in casa e non all’estero.

Adriano Panatta Coppa Davis 1976

Se non ti diverti, lasci

Abbandonai le competizioni nel 1983 e ricoprii la carica di capitano non giocatore della squadra italiana di Coppa Davis dal 1984 al 1997. Poi mi dedicai alla motonautica, nell’offshore: nel 2004 sono diventato campione del mondo nella classe Evolution. Io sono sempre inquieto e curioso, mi piace interessarmi di tante cose. Ho scritto vari libri sul tennis con Daniele Azzolini. Adesso sto lavorando al mio ultimo progetto, l’ “Adriano Panatta Racquet Club”, a Treviso, che prevede la creazione di diversi campi da gioco, anche coperti, sia per il tennis che per il paddle, e anche una scuola di tennis per bambini. A tutto questo si aggiungeranno due palestre, una Spa e una nuova Club house con ristorante, bar e piscina. Quello che mi sta a cuore è soprattutto la scuola di tennis. Insegneremo uno sport che faccia divertire, perché altrimenti succede nel tennis quello che succede nella vita: abbandoni quello che non ti diverte.

Adriano Panatta campione classe Evolution

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