Massimo Ghini: Roma, le assenze e il primo sguardo sul mondo
Roma è la città in cui sono nato, ma soprattutto il luogo in cui ho imparato a interpretare le assenze. Mio padre, molto impegnato nel mondo politico, lasciò la nostra casa quando avevo tre anni. La separazione non è un trauma che puoi spiegare a un bambino: è un dolore di fondo che entra in tutto. Restava mia madre, una presenza che sorreggeva la nostra vita con una determinazione silenziosa. Io crescevo tra lei e il vuoto lasciato da mio padre, cercando un modo per riempirlo.
A scuola mi chiamavano “er bullo”: non perché fossi aggressivo, ma perché non avevo paura di niente, forse per istinto di sopravvivenza. Eppure, sotto la corazza, ero un ragazzino che si sentiva fuori posto. Quando qualcuno mi chiedeva cosa volessi fare da grande dicevo sempre: “il direttore d’orchestra”. Non avevo mai preso in mano una bacchetta, non sapevo leggere la musica, ma quell’idea custodiva una verità che ancora non sapevo esprimere: volevo guidare qualcosa, dare un ritmo alle emozioni, essere al centro di un racconto.
Solo più tardi ho capito che quella parola, “direttore”, proteggeva un desiderio più intimo: volevo essere un attore, ma all’inizio non avevo il coraggio di ammetterlo. L’infanzia fu un misto di rabbia e poesia, di fragilità e resistenza. Subii anche episodi di bullismo, e mentre imparavo a difendermi, imparavo anche a guardare gli altri, a osservare i gesti, i silenzi, le crepe. Forse è lì che è nato il mio modo di stare al mondo.
La caduta e la rinascita: l’Accademia mancata, Strehler e il destino che si apre
Tentai l’ingresso all’Accademia d’Arte Drammatica con la convinzione che quello fosse il passaggio naturale per chi voleva salire su un palco. Non andò come speravo: fui bocciato. Tornai a casa con il peso di una delusione che, in quel momento, sembrava enorme.
Pochi mesi dopo arrivò l’incontro che cambiò tutto: Giorgio Strehler. Al provino, che riuscì a fare come ultimo per il rotto della cuffia, ero teso, giovane, con addosso ancora la sensazione di non essere “abbastanza”. Lui, invece, cercava altro: non la perfezione, ma una possibilità. Io avevo preparato “Ricorda con rabbia” di Osborne, un classico dei provini. E quando, una volta terminata la performance, Strelher mi chiese se avessi altro, rimasi senza parole. Qualche giorno dopo arrivò una telefonata. Ce l’avevo fatta. Nessuno ci avrebbe scommesso.
Strelher mi ha insegnato che il teatro non è un posto dove si recita, ma dove si vive. Il suo rigore era assoluto, ma la sua libertà lo era ancora di più. Da lui ho imparato l’unica regola che ancora oggi considero essenziale: non tradire mai la verità – né quella del personaggio, né la tua.
Nel cuore del mestiere: disciplina, verità e movimento
Il cinema ti immortala, il teatro ti espone, la televisione ti accompagna. So che ogni linguaggio chiede una verità diversa, ma pretende la stessa autenticità. Vivere di questo mestiere significa accettare che ogni giorno ricominci da zero: non c’è un archivio che ti protegge, c’è solo ciò che sei capace di dare adesso.
Ho incontrato colleghi che mi hanno insegnato moltissimo, ho visto talenti immensi perdersi e altri rinascere. Ho imparato che il mestiere non si eredita: si guadagna, ogni volta.
Il teatro è la mia radice: ci sono nato artisticamente, prima con Strehler e poi attraversando autori che mi hanno costretto a crescere, da Brecht a Pirandello, fino alle drammaturgie contemporanee. Il palco mi ha dato la disciplina, il respiro, la capacità di ascoltare.
Il cinema mi ha regalato un’altra prospettiva, più intima e profonda: la possibilità di esplorare l’animo umano da vicino. Ho esordito nel 1979 con “Speed Cross”, e da lì ho incrociato registi come Bertolucci, Verdone, Barzini, D’Alatri, Ferrara, Lizzani, Virzì, Rosi, Vanzina, Muccino e De Sica Jr. Ho vestito i panni di personaggi molto diversi, ma sempre con una cifra riconoscibile: Roberto Rossellini in “Celluloide”, un sindacalista in “Il caso Guido Rossa”, l’onorevole Valenzani in “Compagni di scuola”, Gerry Fumo in “La bella vita”, e il vampiro Vladimiro nei due film della saga “Una famiglia mostruosa”. Ho avuto modo di lavorare anche a livello internazionale, come nello spot diretto da Francis Ford Coppola, o sul set con Philip Haas, accanto a Sean Penn e Anne Bancroft. E nel doppiaggio ho prestato la mia voce a diverse star, tra cui Nicolas Cage.
La televisione è stata un’altra palestra fondamentale, un territorio dove il pubblico ti osserva da vicino e ti adotta solo se riconosce la tua verità.
Tra cinema e tv ho attraversato generi e mondi molto diversi, dando vita a figure che sono entrate nell’immaginario collettivo: il giovane Roncalli (divenuto papa col nome di Giovanni XXIII), Antonio Meucci, Galeazzo Ciano, Enrico Mattei, Ennio Doris.
Tutto questo mi ha insegnato che fare l’attore non vuol dire saper fare tutto. Oggi sembra che chi sta in scena debba avere un’opinione su tutto, debba mostrarsi esperto in ogni campo. Io no. Ho sempre rispettato le competenze, le specializzazioni. Mi riconosco, semmai, in una certa “tuttologia” personale: ho sempre avuto la tendenza a mettermi alla prova, a dire sì alle sfide, a spingermi oltre. La mia carriera non è una somma di titoli, ma un percorso fatto di tentativi, cadute, ripartenze. Il pubblico vede il risultato. Ma il lavoro vero è tutto quello che resta nascosto.
La bussola del teatro
Il teatro è la mia bussola, la linea che mi riallinea quando tutto il resto si muove troppo in fretta. È il luogo dove non posso barare, dove ogni esitazione si vede e ogni verità si sente. Il palco mi rimette al mio posto: toglie le protezioni, le abitudini, l’esperienza che il cinema e la televisione, inevitabilmente, costruiscono intorno a te. Ogni sera è una prova: cambi pubblico, cambia l’aria, cambia il ritmo interno delle parole.
Non puoi ripeterti, non puoi nasconderti. Se menti, il teatro ti smaschera senza pietà. Eppure è lì che ritrovo la mia radice. È lì che riconosco quel ragazzo che, da bambino, aveva paura perfino di pronunciare la frase “voglio fare l’attore”. Lo guardo da lontano e gli sono grato: senza quella timidezza, senza quella lotta interiore, non avrei trovato il coraggio per attraversare tutto il resto. Il teatro è questo: un rischio continuo, una vertigine necessaria, il solo luogo che ti ricorda chi sei davvero quando le luci si spengono.
Memoria, ferite e forza
Le ferite dell’infanzia non se ne vanno: imparano a parlare. Quel bambino che cercava il padre è ancora con me. È lui che mi costringe a non accontentarmi, a studiare, a osservare gli altri con rispetto, a non dimenticare mai da dove vengo. Il dolore è stato un maestro più severo di Strehler, ma mi ha insegnato la stessa cosa: non barare. Non nella vita, non sul palco.
È da lì che nasce la mia forza: dalla consapevolezza che ogni persona porta dentro un mondo invisibile.
L’eredità politica: mio padre, le idee e la responsabilità civile
Il rapporto con mio padre è stato complesso, ma la sua militanza politica ha lasciato in me una traccia profonda. Crescere accanto a una figura impegnata nel dibattito pubblico significa respirare l’idea che le parole abbiano un peso e che le scelte non siano mai solo personali. Negli anni ho sentito il bisogno di restituire quella eredità attraverso un mio impegno civile, misurato ma costante.
Non sono mai stato un “attore prestato alla politica”, né ho cercato ruoli che non mi appartenessero. Ho sostenuto battaglie culturali e sociali, ho portato la mia voce dove sentivo che potesse servire, con discrezione ma con convinzione. La politica, per me, è una forma di responsabilità: non un mestiere, ma un dovere morale.
Il destino non arriva, si incontra
Non credo nella fortuna come dono. Credo nella fortuna come incontro: tra ciò che sei disposto a fare e ciò che il mondo è disposto a restituirti. Ho avuto maestri straordinari, occasioni irripetibili, momenti di smarrimento e momenti di grazia. Ma soprattutto, ho avuto una certezza: non ho mai mollato.
Se guardo al mio percorso, vedo ancora quel bambino che voleva dirigere un’orchestra senza sapere nulla di musica. E continuo a credere che il compito di un attore sia lo stesso di un direttore: dare un senso al caos, trasformare il rumore in armonia, restituire alla vita una forma che commuova, anche solo per un istante.








