Primo prodotto nanotecnologico per dare proprietà idro e oleo repellenti alle superfici porose

Pioniera nell’applicazione delle nanotecnologie per la conservazione dei beni culturali

Grazie a 4Ward360, le prime mascherine trattate con nanotecnologie

2020: Premio Internazionale d’Eccellenza al Merito della Repubblica Italiana

Primo prodotto nanotecnologico per dare proprietà idro e oleo repellenti alle superfici porose

Pioniera nell’applicazione delle nanotecnologie per la conservazione dei beni culturali

Grazie a 4Ward360, le prime mascherine trattate con nanotecnologie

2020: Premio Internazionale d’Eccellenza al Merito della Repubblica Italiana

Sabrina Zuccalà

FOUNDER E AMMINISTRATORE DI 4WARD360

“Dare futuro alla storia e presente al futuro: in questo il mio sogno di imprenditrice e cittadina del mondo.”

Sabrina Zuccalà

FOUNDER E AMMINISTRATORE DI 4WARD360

“Dare futuro alla storia e presente al futuro: in questo il mio sogno di imprenditrice e cittadina del mondo.”

Un impegno è un impegno

Sono nata 49 anni fa a Saronno, un grosso centro del varesotto, non lontano dal capoluogo. I miei genitori abitavano in un paese vicino, Uboldo (dove ho vissuto fino a 16 anni), uno dei tanti luoghi della mia vita un po’ girovaga, forse quello che mi è più caro, perché mi ricorda l’infanzia: il tepore del camino, i sapori di certe pietanze, i giochi con i coetanei, gli affetti. Sono stata una bimba curiosa e molto impegnativa, che ha cominciato a parlare ancora prima di camminare.

Serenità e amore, questo ricordo della mia fanciullezza, ma anche senso di responsabilità, perché in famiglia questa era la parola d’ordine: la conosceva bene mio padre, che era un imprenditore, ma ancora di più la mamma, che era buona e cara, ma esigente, e non ci stava ad avere una figlia che non prendesse sul serio i suoi impegni, anche se quelli di una ragazzina.

In gara con se stessi

Sono sempre andata dritta verso i miei obiettivi. Mi ha aiutato il karate, che ho praticato sin dall’età di 6 anni. Lo sport è sempre un grande maestro: autocontrollo, esercizio, continuità e concentrazione; se molli la presa non ti ritrovi più. A 13 anni la mia prima gara; arrivai terza e mamma mi disse: – Di cosa gioisci? Arrivare terza è come arrivare ultima.

Insomma imparai subito che partecipare è bello, ma vincere è meglio. A 18 anni ero già cintura nera. Volevo affermarmi in qualcosa che mettesse in gioco tutto quanto di me; non avrei mai potuto amare uno sport di squadra. Soli e in gara con se stessi e con i propri limiti: questa era l’unica competizione possibile.

Lontano dai sentieri battuti

Mentre le altre ragazze facevano danza, io facevo karate. Le altre si fidanzavano, si sposavano e facevano bambini: io coltivavo i miei interessi, stando in palestra otto ore al giorno e studiando. Ma non sacrificavo nulla, perché sentivo che così avrei costruito, da sola, qualcosa che fosse solo mio. Mi iscrissi a Scienze Motorie, perché era il percorso universitario più vicino ai miei interessi. Cominciai anche a praticare il Kick Boxing, iniziando a lavorare nella Federazione. Acquistai la mia prima casa a 27 anni, come aveva fatto mio padre, e gareggiai fino a circa 30, quando, dopo un ultimo intervento al setto nasale, l’ennesimo – durante i combattimenti ci si può fare molto male – mi resi conto che non era più tempo di continuare. Finiva un periodo della mia vita, senza rimpianti: ne sarebbe cominciato un altro, non meno stimolante. Ne ero certa.

Un’altra vita, ma sempre la mia

Quando decisi di cambiare strada, innanzi tutto cercai un altro lavoro, che non feci fatica a trovare. Avevo i miei obiettivi: il mio più grande desiderio era diventare Manager. Venni assunta in un’azienda a Legnano come impiegata, per la precisione come segretaria, ma presto l’impegno continuo e la passione per il lavoro mi fecero emergere. Col tempo ebbi un ruolo di grande responsabilità, come sognavo. Sono stata manager in quell’azienda per circa 10 anni.

E, nel frattempo, avevo ripreso gli studi, perché sentivo la mancanza di competenze che ritenevo indispensabili, come la conoscenza delle lingue, ad esempio. Iniziai a dedicarmi all’inglese e al francese, poi all’albanese, e infine mi iscrissi a Giurisprudenza alla LIUC, l’Università Carlo Cattaneo, un ateneo privato specializzato nella formazione a carattere giuridico e manageriale. Cominciai a studiare di buona lena e, soprattutto all’inizio, non fu facile. Ma non ero abituata a darla vinta alle difficoltà, così andai avanti decisa e nel 2012 conseguii la mia seconda laurea.

Poco dopo cominciai a studiare anche l’arabo, ma questa è un’altra storia, connessa alla creazione della mia azienda, per la quale il Medio Oriente rappresenta un mercato potenzialmente enorme e certamente molto appetibile.

La scoperta delle nanotecnologie

Il bello degli obiettivi è che, una volta raggiunti, cominciano a perdere di attrattiva. Sempre più spesso pensavo quanto sarebbe stato bello fare qualcosa di mio: quest’idea mi passava per la mente, ma non riuscivo a decidermi. E poi di cosa avrei dovuto occuparmi? Mi sentivo un po’ confusa fino a quando non scoprii, per puro caso, le nanotecnologie: andando a trovare la mia migliore amica che vive in Ungheria conobbi un suo parente, che è un valente chimico e che, ascoltando la mia storia, mi propose di entrare in società con la sua azienda, che si occupava dello sviluppo e della produzione di formulati nanotecnologici, per sviluppare il mercato non solo in Italia ma anche all’estero.

Non mi fu necessario riflettere. Accettai subito perché mi si offriva una possibilità unica, peraltro rispettosa dell’ambiente e del tutto conforme a quelli che sono i principi della natura che, se ben compresa, offre con semplicità soluzioni geniali a problemi che sembrano insormontabili.

Piano pian scoprii che il principio che informa questa tecnologia, fino a pochi anni fa ancora poco nota, è rivoluzionario: si tratta di nuovo approccio basato sulla conoscenza delle proprietà della materia su scala, appunto, nanometrica (il nanometro corrisponde a un miliardesimo di metro), vale a dire su scala atomica e molecolare. Capace di rispondere alle criticità nell’ambito della protezione e preservazione dal degrado delle superfici materiche, la nanotecnologia può avere una serie infinita di applicazioni in moltissimi settori, dall’elettronica alla digitalizzazione, dalla medicina all’intelligenza artificiale ai più svariati settori industriali fino alle energie rinnovabili, alla conservazione dei beni culturali e molto, molto altro ancora.

Un’impresa tutta mia: 4Ward360

A maggio mi licenziati, con grande disappunto dei miei – avevo da poco cambiato casa e mi rimaneva un bel mutuo da pagare – e a settembre avevo già la mia nuova Partita Iva e un’azienda da costruire. Avevo sì il prodotto, che tuttora viene sviluppato in Ungheria, ma la distribuzione era tutta da costruire. Rimasi chiusa in casa per mesi a sviluppare la mia idea. È nata così la mia azienda, 4Ward360, oggi leader in trattamenti nano tecnologici.

La scelta di possibili clienti cui proporre queste nuove applicazioni era potenzialmente infinita ma, dopo un’attenta valutazione e un’analisi di mercato, che feci in quei mesi in cui redassi, da sola, il mio business plan, mi fu chiaro che mi sarei dovuta rivolgere agli Enti Pubblici. Anche il Vaticano non era da sottovalutare, anzi.

Non senza difficoltà e dopo una serie di porte chiuse, ebbi il mio primo incarico dal Comune di Milano, dall’Assessore Rozza, che mi portò a un tavolo tecnico e mi fece presentare il prodotto. Ebbi modo di spiegare, nonostante la mia inesperienza, che i formulati nanotecnologici agiscono a livello molecolare ma non incidono sulle caratteristiche superficiali e interne dei materiali: il prodotto poteva essere applicato per la pavimentazione di una piazza dopo la pulizia della pietra in superficie, rendendola idrorepellente.

Cominciai così, nel 2016, con il trattamento per la conservazione della pavimentazione di Piazza Duca d’Aosta, davanti alla Stazione Centrale, cosa questa che riscosse molto interesse da parte dei media.

A passi da gigante nel mondo delle nanotecnologie

Quello solo l’inizio: oggi l’azienda è forte di un’esperienza maturata in tutto il mondo, soprattutto nell’ambito dei beni culturali, il settore che mi sta più a cuore, e nel quale 4Ward360 ha superaro brillantemente sfide uniche come, ad esempio, il trattamento per la protezione e conservazione dell’esercito di terracotta di Qin Shi Huang a Xi’an, in Cina, solo per citare uno degli esempi più noti.

Il mio progetto “Heritage Preservation Lab” è nato proprio con l’intento di dedicarsi esclusivamente alla conservazione dei beni culturali. Ho personalmente scelto i migliori professionisti italiani per avere una rosa di tecnici esperti del restauro e ho insegnato loro l’applicazione dei nanomateriali proprio per contribuire alla protezione e conservazione del nostro straordinario patrimonio culturale.

4Ward360, che investe una fetta rilevante del proprio fatturato in Ricerca&Sviluppo, può oggi vantare innumerevoli brevetti studiati e prodotti ad hoc per offrire nuove e sempre migliori prestazioni alle superfici materiche (questo grazie anche allo stimolo continuo fornito delle specifiche richieste avanzate dalla committenza in base alle proprie esigenze). Per la mia attività ho ricevuto tanti riconoscimenti, tra cui, recentemente, il Premio Internazionale d’Eccellenza al Merito della Repubblica Italiana: sono grandi soddisfazioni. Perché se è vero che il miglior imprenditore è colui che sa soffrire – questa la grande lezione appresa dallo sport – è altrettanto vero che anche imparare a gioire di ciò che di buono si è fatto, non solo per se stessi ma per la collettività, è qualcosa che rende la vita più bella e più degna di essere vissuta.

Un impegno è un impegno

Sono nata 49 anni fa a Saronno, un grosso centro del varesotto, non lontano dal capoluogo. I miei genitori abitavano in un paese vicino, Uboldo (dove ho vissuto fino a 16 anni), uno dei tanti luoghi della mia vita un po’ girovaga, forse quello che mi è più caro, perché mi ricorda l’infanzia: il tepore del camino, i sapori di certe pietanze, i giochi con i coetanei, gli affetti. Sono stata una bimba curiosa e molto impegnativa, che ha cominciato a parlare ancora prima di camminare.

Serenità e amore, questo ricordo della mia fanciullezza, ma anche senso di responsabilità, perché in famiglia questa era la parola d’ordine: la conosceva bene mio padre, che era un imprenditore, ma ancora di più la mamma, che era buona e cara, ma esigente, e non ci stava ad avere una figlia che non prendesse sul serio i suoi impegni, anche se quelli di una ragazzina.

In gara con se stessi

Sono sempre andata dritta verso i miei obiettivi. Mi ha aiutato il karate, che ho praticato sin dall’età di 6 anni. Lo sport è sempre un grande maestro: autocontrollo, esercizio, continuità e concentrazione; se molli la presa non ti ritrovi più. A 13 anni la mia prima gara; arrivai terza e mamma mi disse: – Di cosa gioisci? Arrivare terza è come arrivare ultima.

Insomma imparai subito che partecipare è bello, ma vincere è meglio. A 18 anni ero già cintura nera. Volevo affermarmi in qualcosa che mettesse in gioco tutto quanto di me; non avrei mai potuto amare uno sport di squadra. Soli e in gara con se stessi e con i propri limiti: questa era l’unica competizione possibile.

Lontano dai sentieri battuti

Mentre le altre ragazze facevano danza, io facevo karate. Le altre si fidanzavano, si sposavano e facevano bambini: io coltivavo i miei interessi, stando in palestra otto ore al giorno e studiando. Ma non sacrificavo nulla, perché sentivo che così avrei costruito, da sola, qualcosa che fosse solo mio. Mi iscrissi a Scienze Motorie, perché era il percorso universitario più vicino ai miei interessi. Cominciai anche a praticare il Kick Boxing, iniziando a lavorare nella Federazione. Acquistai la mia prima casa a 27 anni, come aveva fatto mio padre, e gareggiai fino a circa 30, quando, dopo un ultimo intervento al setto nasale, l’ennesimo – durante i combattimenti ci si può fare molto male – mi resi conto che non era più tempo di continuare. Finiva un periodo della mia vita, senza rimpianti: ne sarebbe cominciato un altro, non meno stimolante. Ne ero certa.

Un’altra vita, ma sempre la mia

Quando decisi di cambiare strada, innanzi tutto cercai un altro lavoro, che non feci fatica a trovare. Avevo i miei obiettivi: il mio più grande desiderio era diventare Manager. Venni assunta in un’azienda a Legnano come impiegata, per la precisione come segretaria, ma presto l’impegno continuo e la passione per il lavoro mi fecero emergere. Col tempo ebbi un ruolo di grande responsabilità, come sognavo. Sono stata manager in quell’azienda per circa 10 anni.

E, nel frattempo, avevo ripreso gli studi, perché sentivo la mancanza di competenze che ritenevo indispensabili, come la conoscenza delle lingue, ad esempio. Iniziai a dedicarmi all’inglese e al francese, poi all’albanese, e infine mi iscrissi a Giurisprudenza alla LIUC, l’Università Carlo Cattaneo, un ateneo privato specializzato nella formazione a carattere giuridico e manageriale. Cominciai a studiare di buona lena e, soprattutto all’inizio, non fu facile. Ma non ero abituata a darla vinta alle difficoltà, così andai avanti decisa e nel 2012 conseguii la mia seconda laurea.

Poco dopo cominciai a studiare anche l’arabo, ma questa è un’altra storia, connessa alla creazione della mia azienda, per la quale il Medio Oriente rappresenta un mercato potenzialmente enorme e certamente molto appetibile.

La scoperta delle nanotecnologie

Il bello degli obiettivi è che, una volta raggiunti, cominciano a perdere di attrattiva. Sempre più spesso pensavo quanto sarebbe stato bello fare qualcosa di mio: quest’idea mi passava per la mente, ma non riuscivo a decidermi. E poi di cosa avrei dovuto occuparmi? Mi sentivo un po’ confusa fino a quando non scoprii, per puro caso, le nanotecnologie: andando a trovare la mia migliore amica che vive in Ungheria conobbi un suo parente, che è un valente chimico e che, ascoltando la mia storia, mi propose di entrare in società con la sua azienda, che si occupava dello sviluppo e della produzione di formulati nanotecnologici, per sviluppare il mercato non solo in Italia ma anche all’estero.

Non mi fu necessario riflettere. Accettai subito perché mi si offriva una possibilità unica, peraltro rispettosa dell’ambiente e del tutto conforme a quelli che sono i principi della natura che, se ben compresa, offre con semplicità soluzioni geniali a problemi che sembrano insormontabili.

Piano pian scoprii che il principio che informa questa tecnologia, fino a pochi anni fa ancora poco nota, è rivoluzionario: si tratta di nuovo approccio basato sulla conoscenza delle proprietà della materia su scala, appunto, nanometrica (il nanometro corrisponde a un miliardesimo di metro), vale a dire su scala atomica e molecolare. Capace di rispondere alle criticità nell’ambito della protezione e preservazione dal degrado delle superfici materiche, la nanotecnologia può avere una serie infinita di applicazioni in moltissimi settori, dall’elettronica alla digitalizzazione, dalla medicina all’intelligenza artificiale ai più svariati settori industriali fino alle energie rinnovabili, alla conservazione dei beni culturali e molto, molto altro ancora.

Un’impresa tutta mia: 4Ward360

A maggio mi licenziati, con grande disappunto dei miei – avevo da poco cambiato casa e mi rimaneva un bel mutuo da pagare – e a settembre avevo già la mia nuova Partita Iva e un’azienda da costruire. Avevo sì il prodotto, che tuttora viene sviluppato in Ungheria, ma la distribuzione era tutta da costruire. Rimasi chiusa in casa per mesi a sviluppare la mia idea. È nata così la mia azienda, 4Ward360, oggi leader in trattamenti nano tecnologici.

La scelta di possibili clienti cui proporre queste nuove applicazioni era potenzialmente infinita ma, dopo un’attenta valutazione e un’analisi di mercato, che feci in quei mesi in cui redassi, da sola, il mio business plan, mi fu chiaro che mi sarei dovuta rivolgere agli Enti Pubblici. Anche il Vaticano non era da sottovalutare, anzi.

Non senza difficoltà e dopo una serie di porte chiuse, ebbi il mio primo incarico dal Comune di Milano, dall’Assessore Rozza, che mi portò a un tavolo tecnico e mi fece presentare il prodotto. Ebbi modo di spiegare, nonostante la mia inesperienza, che i formulati nanotecnologici agiscono a livello molecolare ma non incidono sulle caratteristiche superficiali e interne dei materiali: il prodotto poteva essere applicato per la pavimentazione di una piazza dopo la pulizia della pietra in superficie, rendendola idrorepellente. Cominciai così, nel 2016, con il trattamento per la conservazione della pavimentazione di Piazza Duca d’Aosta, davanti alla Stazione Centrale, cosa questa che riscosse molto interesse da parte dei media.

A passi da gigante nel mondo delle nanotecnologie

Quello solo l’inizio: oggi l’azienda è forte di un’esperienza maturata in tutto il mondo, soprattutto nell’ambito dei beni culturali, il settore che mi sta più a cuore, e nel quale 4Ward360 ha superaro brillantemente sfide uniche come, ad esempio, il trattamento per la protezione e conservazione dell’esercito di terracotta di Qin Shi Huang a Xi’an, in Cina, solo per citare uno degli esempi più noti.

Il mio progetto “Heritage Preservation Lab” è nato proprio con l’intento di dedicarsi esclusivamente alla conservazione dei beni culturali. Ho personalmente scelto i migliori professionisti italiani per avere una rosa di tecnici esperti del restauro e ho insegnato loro l’applicazione dei nanomateriali proprio per contribuire alla protezione e conservazione del nostro straordinario patrimonio culturale.

4Ward360, che investe una fetta rilevante del proprio fatturato in Ricerca&Sviluppo, può oggi vantare innumerevoli brevetti studiati e prodotti ad hoc per offrire nuove e sempre migliori prestazioni alle superfici materiche (questo grazie anche allo stimolo continuo fornito delle specifiche richieste avanzate dalla committenza in base alle proprie esigenze). Per la mia attività ho ricevuto tanti riconoscimenti, tra cui, recentemente, il Premio Internazionale d’Eccellenza al Merito della Repubblica Italiana: sono grandi soddisfazioni. Perché se è vero che il miglior imprenditore è colui che sa soffrire – questa la grande lezione appresa dallo sport – è altrettanto vero che anche imparare a gioire di ciò che di buono si è fatto, non solo per se stessi ma per la collettività, è qualcosa che rende la vita più bella e più degna di essere vissuta.