Segni italiani, strade americane…

Premio Fondazione Giovanni Agnelli – migliori tesi discusse nell’anno 1993

Segni italiani, strade americane…

Miglior testo accademico nel 1996

Creatore del programma universitario

sulla cultura italo-americana

Decine di testi, articoli e saggi

di argomento italiano americano

L’autore Fred L. Gardaphe tra le storie di Eccellenze Italiane– edizione 2018 per la nuova sezione Emondo.

Fred L Gardaphe

Fred L. Gardaphe

Studioso, scrittore e sceneggiatore

“Prima che io cominciassi a occuparmene, non esisteva un programma universitario sulla cultura italo-americana. Con la mia attività di studioso e scrittore penso di aver contribuito a colmare questo vuoto”.

Fred Louis Gardaphe

La Premiazione

La Premiazione di Fred L.Gardaphè in occasione del Galà delle Eccellenze Italiane svolto il 6 Dicembre 2018.

Fotogallery

Fotogallery di Fred L.Gardaphè in occasione del Galà delle Eccellenze Italiane svolto il 6 Dicembre 2018.

Melrose Park

Sono nato a Chicago, nell’Illinois, nel 1952: Melrose Park, il sobborgo in cui sono cresciuto, era una “Little Italy”, composta prevalentemente da immigrati italiani e anch’io appartenevo a una famiglia italo-americana: i nonni materni erano emigrati da Castellana Grotte, in provincia di Bari, mentre la famiglia della nonna paterna era emigrata da Trivigno, in Basilicata.

Sono rimasto segnato dalla realtà problematica del quartiere in cui vivevo, perché ho perso, per mano della malavita del luogo, le tre figure maschili più importanti della mia vita: il mio padrino, ucciso durante una rapina al campo da golf, mio padre, assassinato nel corso di una rapina nel banco di pegni di nostra proprietà, quando avevo 10 anni, e il nonno, ucciso anche lui allo stesso modo nello stesso negozio, quando avevo 14 anni.

La casa del nonno, dove vivevamo, era al piano di sopra rispetto al banco di pegni: ogni volta che lavoravo col nonno, lui mi mandava a pranzo e io salivo per mangiare i deliziosi panini che aveva preparato la nonna.

Le storie dell’infanzia

Nonostante l’infanzia resa difficile dalle perdite di cui ho detto, ripenso con affetto al calore delle persone vicine alla mia famiglia e ho ricordi bellissimi della mamma, che si è presa sempre cura di me e dei miei fratelli più piccoli, malgrado le grosse difficoltà; uno dei ricordi più vividi è la casa piena delle sue amiche, che preparavano il pane o facevano il bucato insieme a lei.

Delle proprietà del nonno, oltre al banco di pegni e all’appartamento in cui stavamo, facevano parte anche una bottega del barbiere, quella di Leo Pernice, e una trattoria, dove mi recavo a mangiare quando la nonna era fuori: luoghi affascinanti nei quali fiorivano centinaia di storie, quelle raccontate dal mio amico Tabor, un lustrascarpe che si procacciava clienti da Leo, l’unico nero che abbia mai conosciuto a Melrose Park, o dagli avventori del bar.

Il banco dei pegni

Alla morte del nonno, nel 1966, nonostante la mia giovane età, fui costretto a lavorare con al fianco un poliziotto, visto che il banco doveva rimanere aperto almeno per un altro anno affinché i clienti avessero la possibilità di riscattare gli oggetti dati in pegno.

Del resto per me non era una novità: io ero abituato a stare in negozio sin da piccolo, e ci andavo ogni volta che mi era possibile; infatti ho sempre frequentato la scuola e lavorato al tempo stesso, sin da bambino. Finito il liceo, decisi di proseguire negli studi. Alla laurea in Scienze dell’Educazione, seguirono varie altre specializzazioni. Intanto mi dedicavo anche  all’insegnamento:  per cinque anni fui docente in un Liceo.

Fred Gardaphe- Docente

La riscoperta delle origini

La prima lingua che ho imparato è stato l’italiano, dato che crebbi con la nonna che parlava solo quello, e soltanto con gli anni ho scoperto che, in realtà, non si trattava di italiano ma del dialetto strettissimo di Castellana Grotte, una variante così arcaica che quando andai in visita lì, per la prima volta quando avevo 26 anni, nessuno mi capiva. All’inizio non compresi che cosa mi stava succedendo; poi, piano piano, ho avuto come una sorta di epifania: sono diventato di nuovo italiano, mi sono sentito a casa e per questo ho deciso di cominciare a studiare la lingua italiana, cosa che ho fatto diligentemente per anni. Quel viaggio in Italia ha cambiato la mia vita. Dopo la prima visita, tra il 1979 e il 1982, sono tornato in Italia tutte le estati; a settembre dell’82 mi sono sposato nel paese dei miei nonni. Da allora sono tornato in Italia più di 30 volte.

L’insegnamento universitario e gli studi italiani americani

Dopo il lavoro al Liceo, sono approdato all’Università, in particolare al Columbia College di Chicago, dove ho insegnato letteratura inglese e retorica ma anche letteratura americana, cinema e letteratura italo-americana dal 1978 al 1998. L’incontro con la letteratura italiana americana avvenne mentre stavo lavorando alla mia tesi su Walter Whitman: in una biblioteca trovai un libro sul romanzo italiano americano e da lì cominciai a leggere centinaia di libri e romanzi italiani americani. Il mio studio “Italian Signs, American Streets: The Evolution of Italian American Narrative” (Segni italiani, strade americane: l’evoluzione della letteratura italiana americana), basato sulla mia dissertazione dottorale, ha vinto il premio della Fondazione Giovanni Agnelli/Ministero italiano degli Affari Esteri attribuito alle migliori tesi discusse nel 1993. In seguito questa ricerca ha ottenuto, nel 1996, il riconoscimento come miglior testo accademico dell’anno.  Ma c’era un problema: non sapevo come collocare queste mie conoscenze dal momento che non c’era un luogo in cui studiare questa materia del tutto nuova.

Poi mi è venuto in mente che New York poteva fare al caso mio e, dopo aver fatto conosciuto un po’ di persone che lavoravano lì, iniziai a tenere lezioni sul tema. Al tempo stesso, però, non avrei voluto lasciare il Columbia College Chicago, ma quando nel 1998 alla Suny mi chiesero di diventare direttore degli studi italiani americani nel dipartimento di culture, lingue e letterature europee non me la sentii di rifiutare. Così ho poi collaborato alla creazione del programma di studi italiani americani (che ho diretto dal 1998 al 2008) all’Università di Stony Brook.

Oggi sono Distinguished Professor di Inglese e di Studi italo-americani al Queens College (dove dirigo l’Italian American Studies Program) della City University of New York e al John D. Calandra Italian American Institute.

Insieme al Prof. Anthony Julian Tamburri, Presidente dell’Istituto John D. Calandra e stimato Professore di studi europei al Queens College e alla Prof.ssa Sabrina Vellucci di Roma Tre, ho anche progettato e codiretto il Seminario di studi estivi sulla Diaspora italiana presso l’Università di Roma Tre.

 Ho scritto numerosi testi e articoli, sia scientifici che divulgativi. Sono anche scrittore e sceneggiatore. Attualmente lavoro su un memoir, nel quale parlerò degli assassinii che hanno colpito la mia famiglia.

L’identità italiana americana e una storia negata

Racconto spesso un aneddoto: quando mia sorella andava a scuola le capitò di parlare con un consulente scolastico che, dopo aver ascoltato le vicende relative alla nostra storia familiare, le disse “Oh, mio dio, la tua vita sembra uscita da Il padrino”. Com’è ovvio, mia sorella non tornò più da lui, ma quello del consulente era allora il livello di conoscenza della cultura italo-americana. Si usava un film come criterio di valutazione di dinamiche reali. Il vero problema è la “definizione” della propria identità. Individuare  e definire la propria identità è infatti il solo modo di uscire fuori dalla “gabbia interpretativa” che “imprigiona” la comunità degli italiani d’America. La sbarre di  questa gabbia sono rappresentate da una serie di stereotipi e luoghi comuni sul mondo della criminalità organizzata, ma anche sul cibo, che inducono a una serie di interpretazioni spregiative e semplicistiche della cultura italiana.

Iniziare ad analizzarsi e definirsi correttamente è dunque un imperativo culturale della massima importanza per una comunità, si tratta del quinto più grande gruppo etnico negli USA, che deve smettere di farsi “definire dagli altri” per creare, finalmente, schemi di interpretazione propri e poter  sopravvivere culturalmente. In un certo senso, la nostra storia ci è stata negata: è successo quando i nostri genitori hanno smesso di parlare italiano e per questo io ho voluto che i miei figli imparassero l’italiano e andassero in Italia. Le “Little Italies” si stanno dissolvendo e la definizione dell’identità italiana negli Stati Uniti deve passare, ormai, anche attraverso i libri e la cultura nel senso proprio del termine: dovremo sempre di più rimpiazzare la Little Italy geografica con Little Italy “estetica”.

Fred Gardaphe-Little Italy e l’identità italiana americana

Il mio obiettivo attuale  è quello creare una nuova generazione di intellettuali italiani americani. Questo campo di studi è recente e dobbiamo impegnarci molto altrimenti rischiamo che la nostra storia scompaia. Il futuro degli studi italiani americani, impensabile fino a qualche anno fa, è oggi oltremodo ricco di prospettive: si stanno sviluppando programmi in tutta la nazione, da Chicago fino al Wisconsin.

Prima che io cominciassi a occuparmene, non esisteva un programma universitario sulla cultura italo-americana. Con la mia attività di studioso e scrittore penso di aver contribuito a colmare questo vuoto: sono felice di averlo fatto, perché amo appassionatamente l’Italia. E ho trasmesso quest’amore anche ai miei figli, Federico e Marianna, oltre che ai miei due nipoti, Michelangelo e Antonio.

Fred Gardaphe Nipoti E Figli