Mirco Gasparotto: Le radici di una sfida
Sono nato in Svizzera nel 1963, ma è in Veneto che ho messo radici e ho imparato cosa significa davvero crescere. Mio padre lavorava duro, mia madre teneva insieme la famiglia con la forza silenziosa delle donne di una volta. Da loro ho imparato che il valore delle cose si misura nel sacrificio che richiedono. A scuola non mi sentivo nel posto giusto. I banchi erano troppo stretti, le lezioni troppo lontane dalla realtà.
Dopo la terza media ho scelto il lavoro, quello vero, quello che ti mette subito davanti alle responsabilità. Finito il militare ho trovato un impiego nel settore autoricambi: mi ha insegnato la disciplina, ma non mi bastava. Dentro sentivo che mancava la parte creativa, quella che ti fa vedere nascere qualcosa da zero.
Poi, una telefonata. Il parroco del paese mi parla di un posto da magazziniere in una piccola azienda di saldatrici. Ci vado per educazione, ma quella porta – apparentemente secondaria – si apre sul mio futuro. L’imprenditore, un uomo che aveva iniziato dal nulla e che non aveva eredi, mi assume. In pochi mesi passo dal magazzino alle vendite, poi alla direzione commerciale. Non avevo titoli, ma avevo fame. E la fame, quando è disciplinata, diventa metodo. Da lui ho imparato che la fiducia vale più di un diploma, che una parola data pesa più di cento contratti e che un’azienda non è un edificio: è una comunità di persone che credono nello stesso obiettivo.
La scalata impossibile
Nel luglio del 1988 la sua morte improvvisa lascia un vuoto enorme, personale e professionale. Avevo venticinque anni, lavoravo in un’azienda solida ma senza eredi e c’era una multinazionale francese pronta ad acquistare. Che fine avrei fatto? Tutti davano per scontato che fosse finita. Io, invece, decido di tentare. “Proviamoci insieme”, dissi alla vedova del mio mentore. Non avevo capitali, ma avevo coraggio e una piccola squadra di collaboratori pronta a scommettere con me. Fu allora che sentii parlare per la prima volta di management buy out, la possibilità di acquistare un’azienda con i suoi stessi utili.
Sembrava un sogno impossibile. Le prime diciannove banche ci risero in faccia, la ventesima – la Cassa di Risparmio di Venezia – decise di crederci. Non avevamo garanzie, solo un piano preciso, tanta determinazione e una promessa: restituire tutto con i margini. Era un azzardo, ma anche un atto d’amore verso chi mi aveva insegnato a credere nel valore del lavoro. In pochi anni completammo l’acquisizione. Non fu solo un affare ma un segno. Dimostrava che anche chi parte dal basso può prendersi la responsabilità di guidare un sogno, se ha visione, etica e costanza. In quel momento capii che il destino non si eredita ma si conquista un passo alla volta.
Il prezzo del successo
Dopo iniziò la parte più dura. L’adrenalina lasciò spazio al peso delle responsabilità. Dovevo imparare in fretta tutto ciò che non sapevo: dalla gestione finanziaria alla strategia, dal marketing al controllo dei costi. In tre anni seguii novanta corsi di formazione. Passavo le giornate tra clienti e fornitori, le notti sui libri, cercando di capire come far parlare i numeri per trasformarli in scelte concrete.
In quegli anni ho conosciuto quella sensazione di dover sapere sempre tutto, mentre in realtà impari strada facendo. Ho sacrificato la salute, gli affetti, le amicizie. Persino la voce: tre ricoveri per laringospasmo mi hanno ricordato che il corpo non perdona. La luce del mio ufficio restava accesa anche di notte, ma dentro si spegneva qualcos’altro. Vivevo per lavorare e non lavoravo più per vivere. È stato un passaggio doloroso ma necessario: mi ha insegnato che crescere senza equilibrio è come correre in salita con il fiato corto. Il successo, da solo, non basta. Serve armonia tra ambizione e vita, tra impresa e persona.
Dalla crescita alla consapevolezza
Avevo portato il gruppo a oltre cento milioni di fatturato: potevo permettermi di cambiare prospettiva. Non bastava più far crescere l’azienda, volevo far crescere me stesso e gli altri. Ho cominciato a raccontare la mia storia, non per vanità ma per restituire senso alle cicatrici. Ogni volta che salgo su un palco, porto fatti, non teorie: porto l’esperienza di chi è caduto e si è rialzato più di una volta.
Ho incontrato centinaia di imprenditori che vivono la stessa fatica: lavorano tanto, ma guadagnano poco. Non per incompetenza, ma perché nessuno gli ha mai insegnato a leggere i numeri, a organizzare, a pianificare. Analizzando migliaia di PMI italiane, ho visto quanto sia diffuso questo male silenzioso. Così ho riconosciuto in loro la mia storia e ho capito che la mia nuova missione era trasformare l’esperienza in metodo. Aiutare chi crea valore a farlo in modo più consapevole, sostenibile, duraturo.
OSA Community e Imprenditore Vero
Nel 2016 fondo OSA Community, un ecosistema dedicato agli imprenditori che vogliono crescere insieme, confrontarsi, imparare dagli altri e condividere esperienze reali. Nessuna motivazione da palcoscenico: solo formazione concreta, casi studio, strategie applicabili. Cinque anni dopo, nel 2021, nasce Imprenditore Vero, la naturale evoluzione di quel percorso: una scuola che unisce competenza tecnica e crescita personale, numeri e valori, risultati e benessere.
In pochi anni abbiamo aperto 14 sedi in Italia, raggiunto oltre 13.000 imprenditori, costruito un gruppo che supera i 20 milioni di fatturato e conta più di 100 collaboratori. Il mio approccio resta lo stesso di sempre: sono un imprenditore che parla a imprenditori. Nei nostri percorsi insegniamo a leggere un bilancio, a pianificare obiettivi, a costruire una squadra capace di reggere, a crescere senza distruggersi.
Metodo e numeri
Le due scalate che ho vissuto – da zero a 130 milioni nella old economy e da zero a venti milioni nella formazione – mi hanno insegnato che i numeri non sono tutto, ma senza numeri non si va da nessuna parte. Dietro ogni crescita c’è una struttura: controllo di gestione, delega, processi chiari, cultura del dato, leadership solida.
Senza questi pilastri, anche la migliore intuizione diventa instabile. Lo so per esperienza: ho visto il mio conto personale scendere a meno di un milione e duecentomila euro e risalire solo grazie a metodo, disciplina e squadra. Nessuno può guidare un’azienda se non impara prima a guidare se stesso. Oggi porto questa consapevolezza ovunque: la crescita è una scienza umana, fatta di equilibrio tra numeri e persone, tra strategia e visione.
Leadership, squadra, responsabilità
All’inizio accentravo tutto. Ma col tempo ho capito che così stavo solo creando dipendenza, non crescita. Una vera leadership non si costruisce con l’autorità, ma con l’autorevolezza. Guidare significa formare persone capaci di fare a meno di te. Quando ho iniziato a delegare davvero, ho scoperto che la libertà imprenditoriale non è fare tutto, ma fare solo ciò che compete al tuo ruolo. Ho imparato che la fiducia è un investimento e che gli errori dei collaboratori sono parte del loro percorso, non una minaccia al mio.
Nella mia azienda avevo imparato a costruire sistemi, non solo ruoli: processi chiari, obiettivi misurabili, momenti di verifica e confronto. Nei percorsi che conduco oggi parlo spesso di questo: la differenza tra dirigere e guidare. Dirigere è imporre. Guidare è creare cultura, visione e autonomia. Quando un imprenditore riesce a rendersi superfluo, ha compiuto la trasformazione più difficile: da uomo solo al comando a costruttore di futuro.
Restituire
La parte più bella del mio lavoro oggi è restituire. Ogni errore, se condiviso, diventa un insegnamento per chi arriva dopo. Perché un’azienda non appartiene mai solo a chi la possiede: appartiene al territorio, alle famiglie che ogni giorno ne tengono in vita il battito, ai giovani che vi trovano il coraggio di restare e di costruire qui, nel nostro Paese. Ho sempre creduto che l’imprenditore abbia una responsabilità civile: non solo creare profitto, ma generare valore diffuso. Il mio compito è far vedere che ogni problema può diventare una palestra di crescita e che ogni crisi contiene una possibilità di rinascita.
Sono partito da zero e ho costruito tutto con le mie mani, una scelta alla volta, trasformando ogni ostacolo in un gradino e ogni errore in una lezione. Con OSA e Imprenditore Vero restituisco al Paese una visione nuova d’impresa: radicata nei numeri, ma anche nella libertà.
Mirco Gasparotto
Mirco Gapsarotto: Missione Paese
Oggi la mia sfida non è più personale ma collettiva. Desidero migliorare la vita di cinquantamila imprenditori italiani. Dietro ogni impresa ci sono famiglie, dipendenti, territori che vivono o soffrono in base alla salute di chi li guida. Con una media di trenta collaboratori a impresa significa incidere sul destino di oltre un milione e mezzo di lavoratori e, contando le loro famiglie, su più di sette milioni di persone.
Un imprenditore consapevole diventa una risorsa per tutti: per i dipendenti, per i clienti, per il territorio. Ogni azienda che cresce in modo sano è un pezzo di Paese che si rialza. Quando un imprenditore migliora, migliora l’Italia. Questa è la mia missione: trasformare la conoscenza in prosperità diffusa.
Visione
Il futuro chiede un nuovo equilibrio tra competenza e umanità. In un mondo che corre, credo che la vera innovazione sia dare senso alla velocità, non inseguirla ciecamente. L’impresa non è solo un luogo economico, ma culturale: uno spazio dove si allenano responsabilità, etica e coraggio.
Il mio lavoro oggi è costruire comunità di imprenditori che non abbiano paura di parlare di errori, di chiedere aiuto, di mettersi in discussione. La mia impresa più grande non è creare aziende, ma creare consapevolezza. Voglio dimostrare che si può partire da zero e restituire cento volte ciò che si è ricevuto, non solo in denaro, ma in opportunità, conoscenza e fiducia. Questa, per me, è la vera eredità di un imprenditore: lasciare dietro di sé non solo risultati, ma persone migliori, capaci di andare sempre oltre.









